Dettagli romani – Il quartiere Ostiense e la fanciulla sognante

A cura di Fiamma Passarelli, guida abilitata di Roma e Provincia, direttore tecnico agenzia viaggi e turismo (www.romesdetails.com, www.facebook.com/fiapassar)

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La piramide Cestia (Foto di Fiamma Passarelli)

Ritorniamo verso la Piramide Cestia la cui monumentale mole in travertino ci ricorda un illustre defunto: Caio Cestio Epulone. Ma chi era un Epulone? Gli Epuloni erano addetti a un ufficio assai delicato: allestire banchetti sacri in occasione della ricorrenza della fondazione del Tempio di Giove Capitolino. Caio Cestio fu uomo colto e raffinato e, assai suggestionato dalla mole delle piramidi egizie, impose ai propri figli di costruirgli un monumento funebre a forma di piramide entro un anno dalla sua dipartita, pena la perdita dell’eredità. Ovviamente Caio Cestio nominò un curatore che attendesse al rispetto delle sua volontà ma, si sa, noi romani siamo maliziosi e si dice che Caio Cestio si fece costruire una piramide per impedire che la moglie danzasse felice sulla sua tomba.

Entriamo per un momento soltanto nella piramide: all’interno della camera funeraria si vedranno conservate delicate figure dipinte sulle pareti e alcuni stucchi sopravvissuti alla razzia dei tombaroli. Lasciamo Caio Cestio e la sua piramide e camminiamo lungo la via Ostiense: la nostra fanciulla sognante aspetta di essere conosciuta. Il suo nome è Polimnia, ma non vi svelerò ancora la sua identità, mentre vorrei ricordare che la trafficata via Ostiense in realtà fu sempre trafficata sin dai tempi antichi: collegava Roma con il porto di Ostia. Quindi centinaia di carri carichi di merci e persone affollavano questa arteria; passato il ponte della ferrovia, dirigendosi verso la Basilica di San Paolo, sulla sinistra si staglia un complesso di edifici di pregevole fattura: gli ex mercati generali.

La loro realizzazione deriva da un progetto del 1910 realizzato sotto la giunta Nathan. Sono edifici originariamente concepiti in stile liberty, un liberty appena accennato poiché la realizzazione del complesso fu terminata durante il Ventennio a causa delle lunghe procedure di esproprio dei terreni in parte appartenenti ai Torlonia e ai Fajella. Procedendo sulla destra c’è una vecchia centrale  termoelettrica dismessa, oggi Museo della “Centrale Montemartini”, esempio illuminato di archeologia industriale che con le sue mega turbine e gli ampi spazi fa da cornice a una raffinata esposizione di reperti provenienti dai depositi dei Musei Capitolini. Ma Polimnia chi era? E dov’è? Polimnia e le sue otto sorelle erano le figlie di Zeus e Mnemosine. Erano Muse e appartenevano ad Apollo, divinità protettrice delle arti. Polimnia presiedeva alla poesia lirica, agli inni religiosi e alla danza. Lei ci aspetta al secondo piano di questo luogo così evocativo: una centrale termoelettrica situata lungo la riva sinistra del “biondo fiume”.

Sembra quasi di vedere ancora le chiatte scivolare lungo il Tevere e trasportare il carbone necessario ad alimentare le gigantesche turbine funzionali alla  produzione di energia elettrica. Il carbone sarà sostituito dal diesel grazie ai motori installati nel 1933, motori realizzati dalle industrie Tosi e per potenza annoverati tra i fiori all’occhiello dell’industria italiana. Polimnia è lì, al centro della sala macchine: sognante pensa a chissà quali versi da comporre. È avvolta in una delicata veste marmorea così magistralmente lavorata da sembrare trasparente. È protesa in avanti e il suo volto di fanciulla ha la stessa espressione dei giovani che sognano il loro futuro. Nella sua espressione rapita cogliamo tutta la delicata poesia che essa stessa ispirò. Questa statua così magnificamente intatta è datata II secolo d.C. e fu ritrovata in un condotto sotterraneo nei pressi di Villa Fiorelli, zona Appio-Latino, in un’area che si ritiene fosse di proprietà di Marco Aurelio e di Settimio Severo.

Polimnia, assieme alle sue sorelle, decorava gli “horti” – ovvero il giardino – di questa immensa proprietà. Polimnia ci ha condotti all’interno della centrale, la più grande mai costruita a Roma, di proprietà dei romani per volere del sindaco Nathan che, attraverso questo investimento pubblico, volle contrastare il monopolio della società anglo-romana per l’illuminazione di Roma. Fu l’unica a fornire energia elettrica alla città eterna durante la Seconda Guerra Mondiale e, per tutti gli anni ’50 del XX secolo, fino a quando le grandi turbine smisero di trasformare vapore in energia. Durante i bombardamenti degli alleati, sul tetto dell’edificio si piantò una bandiera vaticana, un tentativo disperato di salvare l’unico impianto di produzione di energia. Di fatto non fu bombardata: ci piace pensare che chi ha avuto questa idea abbia contribuito a salvare la centrale e Roma. Noi italiani ci distinguiamo sempre per gusto ed estetica: anche un fabbricato industriale divenne occasione per dimostrare questa innata attitudine.

L’edificio è uno squisito esempio di liberty italiano; nel recuperare la struttura, i tecnici della soprintendenza trovarono due lampioni in ferro battuto, giacenti e abbandonati, di straordinaria fattura e ricercando negli archivi del Comune si scoprì che fu Duilio Cambellotti a realizzare i disegni di queste due opere d’arte. A Roma tutto è storia e cultura, perfino un impianto industriale.