Dettagli romani – La basilica di San Saba e il piccolo Aventino

A cura di Fiamma Passarelli, guida abilitata di Roma e Provincia, direttore tecnico agenzia viaggi e turismo (www.romesdetails.com, www.facebook.com/fiapassar)

0
188

Conoscere Roma è una sfida per alcuni di noi, per altri un divertimento, per altri
ancora una passione, per me che sono “romana de Roma” – e non da sette generazioni, ma solo da tre – Roma è capire che cosa e chi sono e perché mi rende così orgogliosa dire: “…so’ de Roma!”. La mia professione mi ha portata a studiare Roma, ad approfondirne la storia, la cultura, la bellezza la miseria, talvolta la brutale crudeltà dei personaggi che durante quasi tre millenni hanno calcato questo prestigioso palcoscenico storico e che hanno reso Roma il monumento di se stessa. Direte voi: “L’ennesima rubrica culturale con il Colosseo, i Fori, il Campidoglio… tutte cose ovvie”.

Lo so, noi romani siamo così: indifferenti, sornioni, indolenti, quasi infastiditi da cotanta ovvia maestà. Eppure ognuno di noi conosce una sua Roma. Io vorrei farvi conoscere la “mia” Roma, quella meno ovvia eppure vicina a tutti noi così presi dal quotidiano. Vi vorrei far fermare, guardare e ascoltare quanto questa città ci parla di lei e di noi, e quanto ogni recondito angolo trasudi storia. Il piccolo Aventino è quella parte dell’Aventino sulle cui propaggini Caracalla concepì una struttura pubblica di grande rilevanza sociale e monumentale: le Terme; sulla sommità del cosiddetto piccolo Aventino si trova la basilica di San Saba, oggi quasi soffocata dalle costruzioni di edilizia popolare degli anni ’50, ma che fino al primo novecento si trovava circondata da un contesto agreste, pur essendo situata all’interno delle mura.

San Saba fu creata da una comunità di monaci orientali fuggiti da Gerusalemme nel VII secolo e nelle forme attuali risale all’XI secolo. Conserva al suo esterno resti di trabeazioni, rilievi e colonne provenienti da edifici di epoca romana, mentre al suo interno le opere dei Cosmati e dei Vassalletto ci ricordano che queste famiglie di “marmorari” adornarono gli edifici religiosi più importanti di Roma a partire dal XII secolo e la loro fama varcò i confini di una Italia frammentata in tante piccole realtà politiche fino a giungere a Londra. I “marmorari” riutilizzavano i marmi antichi e, in particolare, il porfido rosso egizio, il serpentino verde di Sparta e il giallo antico di Numidia pavimentavano chiese e chiostri creando “tappeti” musivi con una serie di elementi spiraliformi e circolari chiamati “conce”. Il risultato? Un florilegio di dischi, triangoli, rombi e spirali che solo oggi si è scoperto essere un vero e proprio codice con un significato simbolico ben preciso che gli studiosi stanno decifrando con grande difficoltà.

Via Marmorata è la via dell’edificio di architettura razionalista delle Poste realizzato da Adalberto Libera nel 1933; è la via di una famosa gastronomia in cui si entra e si assaggiano prelibati norcini e formaggi; è la via che subito dopo la Piramide Cestia, sulla sinistra procedendo verso il Tevere, costeggia un basso edificio di fine ‘700, oggi anonimo e piccolo caseggiato, ma un tempo polveriera dei bombardieri di Castel Sant’Angelo che si esercitavano sulla collina di Testaccio; è la via che conduce al ponte Sublicio, il primo ponte in legno costruito dai romani. Via Marmorata è l’accesso a Testaccio e al suo monte dei Cocci, uno dei tanti luoghi sconosciuti ai romani.

Su richiesta, il “clavigero” inviato dalla Soprintendenza, apre un anonimo cancelletto dal quale si avanza lentamente lungo un percorso che conduce alla sommità di questa collina artificiale creata durante i secoli con l’accumularsi dei resti delle anfore che arrivavano via nave all’Emporio, da tutto il Mediterraneo. Ogni imbarcazione diretta all’Emporio trasportava carichi di anfore contenenti vino e olio, migliaia di anfore che avrebbero richiesto un tempo lungo per la pulizia e il riutilizzo e che, svuotate del loro contenuto, comunque avrebbero costituito un peso per le imbarcazioni che da Roma navigavano contro vento verso le province del Sud del Mediterraneo.

Per praticità, quindi, venivano gettate tutte nello stesso posto. La sedimentazione di questi materiali ha originato una collina artificiale alta circa 36 metri composta appunto dai frammenti di terracotta, una collina che in realtà è stata una vera e propria discarica e che oggi è un bacino di informazioni archeologiche preziose. Camminare sui cocci produce una strana sensazione: quante mani hanno impastato l’argilla? Quante l’hanno modellata e poi cotta?

Fiamma Passarelli

Quante l’hanno marchiata, riempita, allineata, svuotata e poi infranta su altri cocci? Anche una discarica romana, grazie ai resti stampigliati con sigilli e bolli, racconta storie di un quotidiano laborioso e florido. San Saba, con le sue atmosfere rarefatte, dista pochi metri da un pezzo della Roma Antica, della Roma medievale e poi ancora popolare, quella del dopoguerra, quella del mercato di Testaccio e dei “testaccini” che orgogliosamente si sono aggiunti ai trasteverini e monticiani, custodi genuini di una romanità verace e autentica.