Giustizia giusta? Lo stalking

A cura dell’avvocato Andrea Maria Azzaro, professore di Diritto privato all’Università di Urbino “Carlo Bo”

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Il brutale assassinio di due bambine a Cisterna di Latina da parte del padre, stalker della madre, riporta alla nostra attenzione un reato sempre più diffuso e preoccupante, lo stalking, dal termine inglese “fare la posta”, che consiste in comportamenti reiterati con cui – con telefonate, appostamenti, pedinamenti, contatti di ogni genere – si infastidisce pesantemente una persona. La sicurezza personale è un diritto fondamentale, ce lo dicono l’art. 2 della cost. ma anche l’art. 3 della dichiarazione universale dei diritti umani nel 2009, tanto che è stato ora introdotto l’art. 612 bis del c.p. che riguarda il reato di “atti persecutori”.

Perché ricorra il reato non è sufficiente quindi un episodio isolato, ma ci deve essere un comportamento reiteratamente minaccioso o comunque molesto, o dal quale derivino, come ulteriore evento dannoso, uno stato di ansia o di paura, un fondato timore per l’incolumità propria o di soggetti a sé vicini o, ancora, il mutamento necessitato delle proprie abitudini di vita. Dallo stalking come sappiamo si può degenerare nella violenza fisica, ma basta anche una violenza psicologica, il che lo distingue dal reato di maltrattamenti. Lo stalking avviene spesso fra persone non conviventi ma, quando capita tra due soggetti che si conoscono e litigano frequentemente, può parlarsi di condotta persecutoria se la vittima è in una posizione sbilanciata rispetto allo stalker.

 Fra le forme più diffuse e subdole si segnala il “cyber stalking”, dove gli atti persecutori sono posti in essere con strumenti informatici o telematici – come social network, semplici messaggini e così via -, casi in cui la pena è aumentata. Trattandosi di un reato a querela di parte – che attiva cioè l’intervento delle forze di pubblica sicurezza solo dopo la denuncia – uno dei problemi maggiori è che la vittima spesso esita a farla, ma se la fa è revocabile solo davanti all’autorità giudiziaria, salvo che vi siano gravi minacce ripetute e pericolose, per esempio con armi, caso in cui diventa irrevocabile. È bene sapere che, se non sono ammesse segnalazioni anonime, è comunque garantita la segretezza del segnalante, il che talvolta significa salvare la vita della vittima.

La nuova legge sul femminicidio ha previsto quale misura di tutela preventiva il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa o dai suoi congiunti e, secondo la giurisprudenza, lo stalker deve comunque cambiare strada se incontra la vittima. La pena prevista è il carcere, da 6 mesi a 5 anni. e viene aumentata, fra gli altri casi, quando vi sia una relazione affettiva, ma il vero problema é che spesso la condanna inflitta allo staker non risolve il problema. Chi non ricorda il caso della ragazza che abitava nello stesso palazzo del suo stalker, “condannata”  a incontrare tutti i giorni il suo persecutore che era stato rimesso in libertà? Un altro caso emblematico balzato agli onori delle cronache è stato quello della conduttrice televisiva Monica Leofreddi che, solo dopo molto tempo, ha visto condannare il suo persecutore, ma vive ancora in uno stato di ansia, come ha raccontato in una recente intervista nella quale ha denunciato che lo stalker continua a infastidirla tanto che ha dovuto appendere le sue foto segnaletiche all’asilo dei suoi bimbi.

La verità è che di fronte a disturbi mentali, le sanzioni penali, i divieti di avvicinamento, lo stesso braccialetto elettronico, sono palliativi. Sono convinto che è sbagliato limitarsi a trattare lo stalking come un reato, in quanto esso rappresenta a livello sociale soprattutto un campanello d’allarme che può consentire di intervenire prima che sia troppo tardi in situazioni di seria minaccia contro la persona. Chi si trova in uno stato mentale alterato e non riesce a liberarsi dal condizionamento del contesto in cui vive può maturare una rabbia incontrollabile, che può spingerlo a fare cose terribili: del resto anche alle persone “normali” capita talvolta di perdere il controllo delle proprie azioni.

Occorrono quindi misure eccezionali, anche se non è facile dire quali. Sicuramente bisogna allargare l’ambito di applicazione del reato, dare poteri eccezionali alle forze di polizia, forse agire anche sul piano patrimoniale contro lo stalker, su quello personale, addirittura curandolo forzatamente o togliendolo dall’ambiente in cui matura la patologia mentale. Poi bisogna ampliare la platea dei soggetti cui ci si può rivolgere per chiedere aiuto, allargandolo oltre alle forze di polizia anche ad altri soggetti, a talune categorie professionali (avvocati?) solo così, forse, si potrà fermare la minaccia prima che il malessere sfoci in violenza. Basta vittime da femminicidio, basta giovani vite distrutte.

Avvocato Andrea Maria Azzaro, professore di Diritto privato all’Università di Urbino “Carlo Bo” (tel. 06 45442977, e-mail segreteria.studioazzaro@gmail.com)

Poi bisogna ampliare la platea dei soggetti cui ci si può rivolgere per chiedere aiuto, allargandolo oltre alle forze di polizia anche ad altri soggetti, a talune categorie professionali (avvocati?) solo così, forse, si potrà fermare la minaccia prima che il malessere sfoci in violenza. Basta vittime da femminicidio, basta giovani vite distrutte.